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«In Kosovo c’è solo odio» “In Kosovo there is only hate”
Intervista a Peter Handke «Senza il coinvolgimento nelle ferite dei Balcani non sarei un vero scrittore»
«Niente diritti umani, né garanzie democratiche. Ai serbi rimasti non è permesso neanche il culto dei morti, vivono nel terrore. E l’Ue, guidata dallo sloveno Janez Janza, primo criminale del dramma jugoslavo, riconoscerà l’indipendenza, altrimenti gli albanesi minacciano una nuova guerra»
An interview with Peter Handke “Without involvement in the wounds of the Balkans I would not be a true writer”. “There are no human rights, nor democratic guarantees. The remaining Serbs are not even allowed to tend their graves, they are living in terror. And the EU, headed by the Slovene Janez Janza, a leading criminal of the Yugoslav drama, will recognise its independence, otherwise the Albanians are threatening a new war”
Guardingo ma sincero, Peter Handke ci riceve nella sua casa all’estrema periferia di Parigi. Diafano, alto e ossuto, con la camicia bianca che indossa e con cui ci viene incontro nonostante il freddo, sembra uno degli angeli del «Cielo sopra Berlino», il film di Wim Wenders di cui ha scritto la sceneggiatura. Da molti anni vive l¤, è spuntato da quelle parti come uno dei funghi che cerca nel bosco vicino casa nelle sue lunghe passeggiate. ╗ il più politicamente scorretto degli scrittori, praticamente perseguitato dalle istituzioni culturali del mondo, come quando due anni fa in Germania venne annullato il conferimento del premio «Heinrich Heine» o subito dopo in Francia la Comédie fran┴aise ha fatto togliere dal cartellone una sua commedia. Inoltre solo due mesi fa Handke ha vinto una causa per diffamazione contro il Nouvel Observateur che aveva scritto, mentendo, che lui aveva deposto una rosa rossa sulla tomba di Milosevic. Qual è la sua colpa? Peter Handke è accusato di essere filoserbo, adesso, durante i sanguinosi bombardamenti «umanitari» della Nato sull’ex Jugoslavia e nel periodo della guerra interetnica. Lo incontriamo mentre si prepara a partire per un nuovo «viaggio in inverno» in Serbia dove parteciperà al Festival delle Scuole di cinematografia che si svolge nella città del cinema voluta da Emir Kusturica a Mokra Gora, mentre infuria lo scontro sullo status del Kosovo e tutti aspettano le elezioni presidenziali a Belgrado del 20 gennaio prossimo. Wary but frank, Peter Handke receives us into his house on the remote outskirts of Paris. Diaphanous, tall and bony, in a white shirt which he wears when he comes to meet us despite the cold, he appears like one of the angels from “Sky above Berlin” [aka Wings of Desire(1988)], the film by Wim Wenders for which he wrote the screenplay. For many years he has lived here, he popped up in these parts like one of the mushrooms for which he looks during his long walks in the woods near his house. He is one of the most politically incorrect of writers, practically persecuted by the cultural institutions of the world, as when two years ago in Germany his award of the “Heinrich Heine” prize was rescinded, or straight afterwards in France La Comédie Française dropped one of his comedies from their programme. Moreover only two months ago Handke has won a case for defamation against Il Nouvel Observateur which had written, mendaciously, that he had laid a red rose on the grave of Milosevic. What is his crime? Peter Handke is accused of being pro-Serb, now, during Nato╝s bloody “humanitarian” bombing of former Yugoslavia and in the period of the interethnic war. We are meeting him while he prepares to leave on a new “winter journey” to Serbia where he will take part in the Festival of Cinematographic Schools which takes place in the city of cinema planned by Emir Kusturica in Mokra Gora, meanwhile the battle over the status of Kosovo rages and everyone waits for the presidential elections in Belgrade on 20 January.
Il neopremier kosovaro albanese Hashim Thaqi ha annunciato che tra qualche settimana proclamerà l’indipendenza del Kosovo dalla Serbia. Ma esistono in Kosovo, dopo otto anni di occupazione Nato e amministrazione Unmik-Onu, le condizioni previste per una indipendenza, vale a dire garanzie democratiche, rispetto delle minoranze e dei diritti umani? TdF: The new leader of the Kosovar Albanians, Hashim Thaqi has announced that in a few weeks he will declare Kosovo╝s independence from Serbia. But, after eight years of NATO occupation and administration by UNMIK-ONU, do the conditions expected for independence, that is to say democratic guarantees, respect for minorities and human rights, actually exist in Kosovo?
Io non conosco queste condizioni. Ero in Kosovo ad aprile e ci sono stato altre quattro volte recentemente. Sono rimasto veramente impressionato da quel che ho visto nell’enclave di Veliha Hoca, un villaggio con una grande chiesa ortodossa, e poi a Orahovac. Sono due enclave vicine e lì si capisce come vivono i serbi, come sono occupati, espropriati di ogni possedimento, costretti a a uscire solo alle quattro di mattina, sempre terrorizzati. La Suddeutsche Zeitung, parlando di un’enclave serba, ha scritto incredibilmente: «I serbi pretendono di avere paura». Ecco l’ideologia, il giudizio precostituito. No, i serbi non «pretendono di avere paura», semplicemente vivono nel terrore e hanno sub¤to tante uccisioni in questo periodo. L¤ non ci sono più cimiteri serbi fuori dei villaggi come ovunque in Serbia. A Orahovac i cimiteri sono stati spostati al centro dei villaggi, dentro l’enclave e gli autobus che ogni tanto arrivano da Mitrovica devono stare attenti a non distruggere le nuove tombe. perfino l’ordinario culto dei morti è impossibile, chi lo esercita pu┌ venire ucciso e le stesse lapidi vengono spesso distrutte. Ho visto solo odio in Kosovo. È la Nato ad aver creato questa situazione tragica e insopportabile, la Nato che ha bombardato tutta l’ex Jugoslavia. E ora la Nato e l’Unione europea isistono che bisogna concedere l’indipendenza perché, altrimenti, senn┌ gli albanesi kosovari uccidono ancora e minacciano una nuova guerra. Ma come si fa a meritare l’indipendenza non per un diritto ma perché si minaccia violenza e un’altra guerra? Quale argomento democratico è questo che viene portato da Europa e Stati uniti? Tantopiù che non hanno mai smesso in questi otto anni di uccidere e terrorizzare. Basta vedere solo un simbolo serbo, un autobus o un pullman che si avvicina ai monasteri più belli d’Europa come Decani o Gracanica, che anche i bambini, in modo automatico, lanciano pietre. I serbi sono ridotti a un gregge di pecore smarrite e impaurite. Hanno parlato della violenza dei serbi contro gli albanesi, ma hanno taciuto in tutti questi anni centinaia e centinaia di uccisioni e la distruzione dei monasteri. Hanno raccontato che i serbi volevano cacciare due milioni di albanesi, per quello è stata giustificata la guerra di bombardamenti aerei. Hanno fatto un gran teatro intorno alla frontiera buono per le troupe televisive del mondo, per la propaganda della Nato. Quei rifugiati, per gran parte in fuga per la paura dei bombardamenti aerei, si sono sistemati appena al di lì della frontiera macedone e sono tutti rientrati dopo due mesi. Cos¤ hanno inventato una nuova maledetta guerra di foto e servizi tv. Sono stato nel 1996 a Decani a fare una lettura e davanti al monastero allora non c’erano le truppe italiane che ora lo proteggono, l¤ vicino c’era una sola trattoria serba e non volevano andarsene. Dentro c’erano tracce di un attacco dell’Uck dove era stata uccisa una donna albanese: cinque minuti prima sulla strada le case albanesi avevano spento all’improvviso le luci. Anche i serbi hanno commesso crimini, ed è stata una vergogna per quel popolo e chi lo dirigeva. Ma nessuno descriveva una guerra interetnica, nessuna parlava di questi attacchi armati contro i serbi e gli stessi albanesi moderati da parte dei «guerriglieri della libertì». A pochi giorni dalla guerra della Nato Le Monde e anche molti giornali di sinistra, titolavano «Terrore in piena Europa, 50mila vittime». C’erano tante vittime, ma dell’una e dell’altra parte e molte di albanesi moderati uccisi dall’Uck. Alla fine il Tribunale dell’Aja ha trovato la sepoltura di duemila corpi, perlopiù caduti in combattimento. Ma non le cinquantamila o le «cinquecentomila» vittime con cui titol┌ nel 1999 il New York Times.
PH: I don’t recognise these conditions. I was in Kosovo in April and I have been there four other times recently. I remained truly struck by what I saw in the enclaves of Velika Hoca, a village with a large Orthodox church, and then in Orahovac. They are two enclaves near each other and there one understands how the Serbs are living, how they spend their time, robbed of every possession, forced to go out only at four in the morning, terrorised all the time. The Suddeutsche Zeitung, speaking of a Serbian enclave, has unbelievably written: “The Serbs pretend to be afraid”. You see, it’s ideology, their minds already made up. No, the Serbs are not “pretending to be afraid”, they are simply living in terror and they have suffered so many murders in this period. There are no longer Serbian cemeteries outside the villages as elsewhere in Serbia. In Orahovac the cemeteries have been transferred to the centre of villages, within the enclaves, and the buses which come every so often from Mitrovica have to wait so as not to disturb the new graves. So even the ordinary tending of graves is impossible when those who do it may end up murdered and the gravestones themselves are often destroyed. I have seen only hate in Kosovo. It is NATO that has created this tragic and unsustainable situation, NATO that bombed the whole of ex Yugoslavia. And now NATO and the European Union insist that it is necessary to grant independence because, otherwise, they know that the Kosovar Albanians will kill again and threaten a new war. But how does one come to deserve independence not by right but because one threatens violence and another war? What democratic logic is this which has been brought to bear by Europe and the US? Even worse they have never let up in eight years from murdering and terrorising. It’s enough even to see a Serbian symbol, a bus or a coach as it approaches the most beautiful monasteries in Europe like Decani or Gracanica, then even the children, in an automatic reaction, throw rocks. The Serbs are reduced to a flock of sheep, lost and impoverished. They have spoken of the violence of the Serbs against the Albanians but they have remained silent in all these years about the hundreds and hundreds of murders and the destruction of the monasteries. They have told us that the Serbs wanted to expel two million Albanians, and for that reason the campaign of aerial bombardment was justified. They have made a great theatre along the border, great for the world’s television crews and for NATO’s propaganda. Those refugees, for the most part were in flight because they were afraid of the aerial bombardment, they were accomodated as soon as they reached the Macedonian border and they have all returned home two months later. Thus they have contrived a new wretched war from photographs and TV broadcasts. In 1996 I was in Decani to deliver a lecture and there were no Italian troops in front of the monastery then as there are now protecting it, near there there was a lone Serbian restaurant and they did not want to leave. Inside there were traces of an attack by the KLA where an Albanian woman had been murdered: five minutes before on the street the Albanian houses had all of a sudden turned off their lights. The Serbs have also committed crimes and it has been a disgrace to that nation and who governs it. But no-one was describing it as an interethnic war, no-one was mentioning these armed attacks against the Serbs and the moderate Albanians themselves on behalf of the “freedom fighters”. A few days into NATO’s war Le Monde and also newspapers on the Left had headlines “All out terror in Europe. 50,000 victims”. There were a lot of victims but from both sides and many moderate Albanians killed by the KLA. In the end the Hague Tribunal found the graves of two thousand bodies for the most part fallen in combat. But not the fifty thousand or the “five hundred thousand” with which the New York Times headlined.
La stessa Corte suprema di Pristina il 6 settembre 2001 ha riconosciuto in una sentenza importante che ci furono violenze dei miliziani serbi ma non un «genocidio», dichiarando nel dispositivo processuale di avere le prove che la fuga di ottocentomila albanesi era motivata dalla paura dei bombardamenti della Nato, che infatti fecero massacri - gli «effetti collaterali» - tra la stessa popolazione albanese. Poi c’è il leader Uck Ramush Haradinaj: la stessa Carla Del Ponte ha detto che è un «macellaio in divisa» e lo ha incriminato per stragi contro serbi e rom del 1998 (prima della messa in scena di Racak). E adesso l’Unione europea è pronta a riconoscere l’indipendenza etnica del Kosovo sotto la guida di Janez Jansa, ora premier della Slovenia presidente di turno Ue, che vanta una «conoscenza del problema»… TdF: The supreme Court of Pristina itself on 6th September 2001 has recognised in an important ruling that there was violence from the Serbian militia but not a “genocide”, declaring in the process that they had evidence that the the flight of eight hundred thousand Albanians was motivated by fear of the NATO bombings which actually caused massacres é “collateral damage” é among that same Albanian population. Then there was the KLA leader Ramush Haradinaj: Carla Del Ponte herself has said that he is a “butcher in uniform” and she has charged him with the slaughter of Serbs and Roma from 1998 (before the staged massacre of Racak). And now the European Union is ready to recognise the ethnic independence of Kosovo under the leadership of Janez Jansa, now prime minister of Slovenia and rotating president of the EU, who boasts an “acquaintance with the problem”…
Fa bene Janez Jansa a vantare collegamenti con l’Uck, lui è tra i più grandi criminali che i Balcani abbiano mai conosciuto. Lui che si gloria della «guerra patriottica», che non ha esitato ad uccidere a freddo 20 soldati di leva jugoslavi - molti sloveni - che aspettavano su un camion militare, assassinati come cani. Con la motivazione di costruire una nuova Mitteleuropa. Che è una straordinaria regione culturale, poetica e musicale, ma usare la motivazione della musica come base di un’aggressione armata mi pare sia perlomeno un’offesa all’esistenza di Schubert. Janez Jansa è stato l’avanguardia della tragedia jugoslava, che io ho tentato di denunciare subito nel 1991. PH: It’s all very well for Janez Janta to boast connections with the KLA, he is among the greatest criminals the Balkans have ever known. He who glories in the “patriotic war”, who did not hesitate to kill in cold blood 20 conscript Yugoslav soldiers é many Slovenian é who were waiting on a military lorry, murdered like dogs. With the motivation to form a new Mitteleuropa. That is an extraordinary region of culture, poetic and musical, but to use the motivation of music as the base for an armed aggression seems to me to be at the very least an offense to the existence of Schubert. Janez Jansa has been in the vanguard of the Yugoslav tragedy which I tried to denounce straightaway in 1991.
Non le sembra che l’Unione europea, responsabile insieme ai vari nazionalismi armati della distruzione della Federazione jugoslava giì nel 1991 con i riconoscimenti di indipendenze proclamate su base etnica — «slovenicitì» e «croaticitì» — ora torni sul luogo del delitto riconoscendo un’altra indipendenza etnica, quella del Kosovo? TdF: Does it not seem to you that the European Union, which together with the various armed nationalists was responsible for the destruction of Federal Yugoslavia by recognising the declarations of independence based on ethnicity — “Slovenicity” and “Croaticity” — now may be revisiting the scene of their crime by recognising another ethnic independence, that of Kosovo?
Non si salva nessuno. Forse l’Austria, ma è sempre un sapere revanscista. Come per la Germania. È la consapevolezza della diplomazia, che Fernand Braudel chiamava «lunga durata», perché resta la coscienza della prima e della seconda guerra mondiale. Il resto, francesi e inglesi, sono stati completamente ignoranti dei Balcani. Come tutti gli esperti guerrafondai arrivati in tv a dire «sentite me, io sono l’esperto». Sono la peste dei Balcani. PH: No-one is blameless. Perhaps Austria, but it is always a revengeful knowledge. Same as for Germany. It is the understanding of diplomacy, which Fernand Braudel called “the long duration”, because there remains the awareness of the first and second world wars. The rest, the French and the English, are completely ignorant about the Balkans. How all these expert warmongers came on TV and said “listen to me I am an expert”! They are the curse of the Balkans.
Eppure tutti questi «esperti» e questi media hanno finora taciuto l’odissea di un milione di profughi serbi, cacciati dalle Krajine croate, dalla Bosnia Erzegovina e dal Kosovo. Profughi che non torneranno più nelle terre d’origine e che costituiscono un dramma per la nuova Serbia. Perché questo silenzio? E tantomeno si parla dei rom kosovari dispersi ormai nelle baraccopoli dei Balcani e in quelle d’Europa… TdF: And yet all these “experts” and these media types have up till now stayed quiet about the exodus of a million Serbs, chased out of the Croatian Krajina, from Bosnia Hercegovina and from Kosovo. Refugees who will not return to their birthplaces again and constitute a tragedy for the new Serbia. Why this silence? Not to mention the Kosovar Roma now scattered across the shanty towns of the Balkans and around Europe?
Nei miei «viaggi in inverno», sono stato molte volte negli hotel che ospitano i profughi, a Nikotin, Friska Gora, Bor, Nis. Ho scritto un grande reportage chiedendo fra l’altro ai giornalisti di raccontare i profughi serbi. Quando entri in uno di quegli hotel vedi gente seduta in terra sulle sue gambe, tutto il giorno inebetita, finché non decide di bere alcool. Con le donne anziane che cercano di salvare la loro dignitì e quella dei bambini intorno. Aspettano di morire o di fuggire, vivono come gli emigrati del secolo scorso in America. E nonostante questo ci sono dei giovani che dipingono, per mangiare e per descrivere esistenzialmente quello che sono diventati. Se fossi un giornalista vivrei mesi con quella gente, come faceva Ryszard Kapuscinski. Non lo fa nessuno. In Germania ci sono borse di studio in alcune cittì per i giovani scrittori perché come ospiti descrivano quelle realtì per un anno. Ho proposto: mandiamoli un mese tra i profughi serbi. Nessuno scrittore si è fatto avanti, preferiscono avere duemila euro di premio per parlare di cucina. Comincio a detestare i giovani scrittori. PH: During my “winter trips”, I have been many times in hotels which house refugees, in Nikotin, Fruška Gora, Bor, Niš. I have written a long report asking among other things for the journalists to tell the story of the Serbian refugees. When you enter one of those hotels you see people seated crosslegged on the ground, the whole day in a daze, until they resort to drink. With the old women who strive to keep their dignity and that of the children around them. They are waiting to die or to flee, living like the emigrants of the last century in America. And despite this there are some young people who paint, to eat and to describe existentially what they have become. If I were a journalist I would live for months with those people, like Ryszard Kapuscinski did. No-one’s doing that. In Germany there are study grants in some cities for young writers who as guests describe their experience for a year. I have made this proposal: let’s send them for a month to be among the Serbian refugees. Not a single writer has put himself forward, they prefer to get a prize of two thousand Euros for talking about cookery. I am beginning to despise the young writers.
Lei è stato accusato d’avere portato una rosa rossa sulla tomba di Milosevic e di avere approvato il massacro di Srbrenica? TdF: You have been accused of having put a red rose on Milosevic’s grave and of having approved of the Srebrenica massacre, haven’t you?
È una menzogna assoluta. Il Tribunale di Parigi ha condannato il Nouvel Observateur per diffamazione per queste affermazioni: m’avevano attribuito che io avevo dichiarato d’essere felice solo vicino Milosevic. Chi mi conosce sa che odio tutti gli uomini di potere. Ma naturalmente tutti i giornali francesi hanno oscurato la condanna. Hanno fatto la campagna contro di me arrivando al risultato della Comédie française che ha annullato un mio lavoro in programma, e poi hanno taciuto che non era vero quello che avevano detto. Amo profondamente la Francia di George Bernanos, di François Mauriac, e soprattutto di Albert Camus ma la cultura di questa Francia è veramente vergognosa. Ci sono ormai le caricature della letteratura e della filosofia come André Gluksmann, Bernard-Henri Lévy, e le macchiette del diritto internazionale e dell’umanitario come Bernard Kouchner, diventato nel frattempo ministro degli esteri. Quanto a Srbrenica hanno fatto la caricatura delle mie parole. Io ho condannato i crimini commessi dai serbi, ho ricordato per┌ che tutto è incomprensibile se non si ricordano le stragi, anche di donne, vecchi e bambini — non come a Srbrenica — perpetrate prima dalle milizie bosniaco musulmane guidate dal comandante di Srbrenica Naser Oric nei villaggi intorno a Srbrenica, a Kravica, a Bratunac. Fatte con l’autorizzazione del presidente Izetbegovic. Era una feroce guerra interetnica e interreligiosa da denunciare tutta quanta. PH: It’s a complete fabrication. The Paris Tribunal has found the Nouvel Observateur guilty of defamation for these claims: they had alleged that I had declared I was only happy when close to Milosevic. Those who know me know that I hate all men of power. But naturally all the French newspapers have glossed over the court’s ruling. They have waged a campaign against me that resulted in the Comedie Francaise withdrawing my work from their programme, and then they have kept quiet about the fact that what they had said was not true. I deeply love the France of George Bernanos, of Francois Mauriac, and above all of Albert Camus, but the culture of today’s France is truly shameful. Nowadays the men of letters and philosophers are caricatures like André Gluksmann, Bernard-Henri Lévy and those jokers of the international humanitarian rights like Bernard Kouchner, who in the meantime has become Foreign Minister. As for Srebrenica they have made a mockery of my words. I have condemned the crimes committed by the Serbs, however I recalled that it is all incomprehensible if one does not take into account that before that women, old people and children were also massacred — unlike in Srebrenica — by the Bosnian Muslim forces led by the Srebrenica leader Naser Oric in the villages around Srebrenica: Kravica, Bratunac. These deeds were authorised by President Izetbegovic. It was a brutal interethnic and interreligious war to be denounced as much as possible.
Non pensa di avere sbagliato ad andare nel 2006 al funerale di Milosevic morto nel carcere dell’Aja? TdF: Don’t you think you made a mistake in going to Milosevic’s funeral in 2006 after he died in gaol at the Hague?
Non ero invitato e potevo starmene a casa. No, mi sono detto, devo andarci anche se sarì dannoso per me. E infatti hanno subito fatto tsunami contro di me falsando ogni mia parola. Sono riconoscente ai miei libri, ma sono fiero di questa scelta. È una testimonianza che aiuta anche la nuova Serbia, quella che ora si batte perché il Kosovo non venga sottratto alla sua sovranitì, storia e cultura. Cos¤ come sono fiero di essere andato prima all’Aja, non per riverire Milosevic, non mi interessava nulla di lui come uomo di potere. So che anche i serbi hanno commesso crimini, che non difendo. Insisto a denunciare la natura di una guerra complessivamente fratricida. Sono andato all’Aja perché era ancora in carcere accusato di tutto e come unico colpevole della guerra dei Balcani che ha visto, dal 1991 al 1995 e poi dal 1996 al 2002, ben sette fronti di guerra, e alcuni con Milosevic non ancora al potere o non più al potere, quando non addirittura coinvolto a sancire la pace, com’è accaduto a Dayton per la Bosnia Erzegovina, con tanto di ringraziamenti Usa. Sono andato all’Aja soprattutto perché penso che il politico in carcere sia molto più interessante di quando comanda. Del resto ero in buona compagnia con l’ex ministro della giustizia statunitense, Ramsey Clark. PH: I was not invited and I could have stayed away at home. No, I said to myself, I must go there even if it will be damaging for me. And in fact immediately they created a tsunami against me, distorting my every word. I am recognised for my books, but I am proud of this choice. It is a testimony which also helps the new Serbia, which is now struggling against Kosovo being removed from its sovereignty, its history and its culture. In the same way I am proud to have been earlier to the Hague, not to revere Milosevic, I am not interested at all in him as a man of power. I know that the Serbs also committed crimes, which I do not defend. I insist on denouncing the nature of a completely fratricidal war. I went to the Hague because he was still in gaol accused of everything and as uniquely culpable for the war in the Balkans which he saw, from 1991 to 1995 and then from 1996 to 2002, full seven battle fronts, and some when Milosevic was not yet in power or no longer in power, even though he was involved to ratify the peace, as happened at Dayton for Bosnia Hercegovina, for which the USA was very thankful. I went to the Hague above all because I think that the politician in gaol is much more interesting than when he is in power. After all I was in good company with the former American attorney general, Ramsey Clark.
Che accadrì, subito nei Balcani, con la proclamazione d’indipendenza del Kosovo? TdF: What will be the immediate effect in the Balkans of the declaration of independence by Kosovo?
Non so quanto reggerì l’artificio della Bosnia Erzegovina, né che cosa accadrì nella zona serba di Kosovska Mitrovica, cos¤ ben tenuta e produttiva rispetto al disastro economico del resto del Kosovo dove regnano disoccupazione, mafia e dominio degli «aiuti internazionali». E che accadrì in Macedonia con l’esistenza di ben due stati albanesi nell’area? Penso alle gravi responsabilitì dell’albanese Ismail Kadaré, non un grande, un buon scrittore. Ma soprattutto un ipernazionalista che ha soffiato sul fuoco della guerra etnica. L’ho incontrato e gli ho detto del mio amore per lo scrittore jugoslavo Ivo Andric e del suo coraggio di uomo libero. Mi ha risposto con una menzogna: non dovevo amare Andric perché era «contro gli albanesi». PH: I don’t know how the artificial state of Bosnia Hercegovina will hold up, nor what will happen in the Serbian zone of Kosovska Mitrovica, which is well maintained and productive compared to the disastrous economy in the rest of Kosovo where unemployment, mafia and the rule of “international aid” holds sway. And what will happen in Macedonia with the existence of really two Albanian states in the region? I am in mind of the grave responsibility of the Albanian Ismail Kadare, not a great or even a good writer. But above all he is an “ultranationalist” who has fanned the flames of ethnic war. I met him and spoke to him of my love for the Yugoslav writer Ivo Andric and of his courage as a free man. He replied to me with a lie: I must not be fond of Andric because he was “against the Albanians”.
Perché uno scrittore come lei, che continua il lavoro sul dolore di vivere che è stato di Franz Kafka, mostra di essere cos¤ implicato nelle ferite dei Balcani? TdF: Why does a writer like you, who continues to work in a painful way of life like something Kafkaesque, demonstrate such involvement in the suffering of the Balkans?
La mia vita di scrittore vivrebbe davvero piccole emozioni senza questa passione. Scrivere è una professione molto nobile, ma se non mi fossi cos¤ coinvolto, mischiato nel conflitto jugoslavo non avrei meritato d’essere ancora uno scrittore. Sono fiero di avere scritto sui profughi serbi. Penso che la letteratura, come dico di Erri De Luca, deve essere misericordiosa. Senn┌ non avrei alcun diritto ad essere scrittore. PH: Without this passion my life as a writer would truly be lived with little emotion. Writing is a very noble profession, but if I did not involve myself, merge myself in the Yugoslav conflict I would not deserve to still be called a writer. I am proud to have written about the Serbian refugees. I think that literature, as I say of Erri De Luca, must be merciful. Else I would have no right to be a writer.